Come sfamare il mondo senza distruggerlo

Necessita un ripensamento globale dei sistemi alimentari e di produzione.

Il mondo non può sostenere ulteriormente modelli produttivi che pregiudicano il rinnovamento delle risorse, la fertilità dei suoli, la biodiversità agraria e naturale, la salvaguardia dell’ecosistema in genere.

Non si comprende come l’urgenza di un intervento per rimodellare produzione e consumi venga ulteriormente dilazionato come polvere messa sotto il tappeto.

È esemplificativo il caso della pandemia da Covid-19.

Si sapeva molto bene che tale evento si sarebbe prima o poi verificato, tanto che c’erano dei piani (obsoleti) di gestione dell’emergenza pandemica.

Ma fino a che la cruda e tragica realtà non si è manifestata, nessuno ha pensato di aggiornare i piani di emergenza e di predisporre i dispositivi di protezione individuale.

Si è reso necessario un triste rosario di morti, lo sgomento di cittadini e l’imbarazzo dei politici che con inerzia hanno gestito la cosa pubblica.

E adesso?  Cosa aspettiamo per sfamare il mondo?  Cosa ci dicono le cifre nude e crude che indicano indici di povertà crescente proprio nei paesi “sviluppati”?

Ci dicono tanto, troppo e rischiano di gettarci nello sconforto.

Indicano l’inerzia degli stati che invece di aderire in modo massiccio all’Agenda 2030, con tutti i suoi limiti, continuano a gingillarsi con sistemi produttivi obsoleti difendendo rendite di posizione oramai sempre più a rischio.

Il pubblico è completamente scomparso dall’iniziativa di programmazione economica e strategica. Rimangono le lobby che impongono il loro diktat e una schiera di politici sempre più al loro servizio.

Non è vero che il privato è più efficiente anche perché il pubblico che lo doveva verificare è scomparso oppure lo utilizza come riserva di voti.